Vanna Vinci e la bambina filosofica

L’ultimo libro sul divertente personaggio creato dalla fumettista sarda è un manuale di sopravvivenza contro il bon ton e le convenzioni sociali, con una protagonista ribelle e schietta che è capace di strappare sorrisi ma suggerisce sempre spunti di riflessione

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L’ultimo libro sul divertente personaggio creato dalla fumettista sarda è un manuale di sopravvivenza contro il bon ton e le convenzioni sociali, con una protagonista ribelle e schietta che è capace di strappare sorrisi ma suggerisce sempre spunti di riflessione

Quest’anno in occasione del Bologna Jazz Festival Vanna Vinci ha realizzato i ritratti dei protagonisti della manifestazione. Le immagini sono andate ad abbellire la città in forma di manifesti e sono state istallate all’interno di due autobus sonori al posto dei soliti pannelli pubblicitari. Lungo è l’elenco di libri da lei illustrati per le principali case editrici ( Mondadori, Giunti, Battello  A Vapore, Fabbri Editore, Enaudi e Beisler Editore) quali, per citarne due, Il Meraviglioso mago di Oz e Il Libro della Giungla. Una casa a Venezia, realizzato in collaborazione con Giovanni Mattioli, è stato pubblicato dalla giapponese Kodansha. Con L’età selvaggia ha vinto nel 2001 il premio Romics come miglior opera di scuola europea. Spaziando tra il ricorso a una tecnica ‘tradizionale’ e un approccio più libero Vanna Vinci è autrice di numerosi libri a fumetti con una predilezione per i personaggi femminili come Sophia, Aida e Lilian. Certamente la bambina filosofica è il suo personaggio più celebre. Pubblicata per un anno su Linus e poi per Mondo Naif, la bambina punkdadaista è protagonista di sette libri usciti prima per Kappa Edizioni, poi per Rizzoli e ora per Bao Puplishing. Intelligente, ribelle, schietta e dotata di un forte senso dell’umorismo la bambina filosofica è capace di strappare sorrisi ma suggerisce sempre spunti di riflessione: “È una maestra del brontolio, una regina dei rimuginanti, una campionessa dello sporto di sputare sentenze e rompere le scatole. La bambina filosofica è la versione baby del lato più ribelle e sulfureo del pensiero occidentale”. Il successo di questo personaggio è testimoniato dal fatto che se ne trova una rappresentazione alta 15 metri per le strade di Bruxelles recentemente realizzata dalla società Art Mural. Per questo fumetto Vanna Vinci si pone sulla scia dei grandi maestri del passato quali Shulz (Peanuts) e Quino (Mafalda). L’ultimo libro della serie La Bambina filosofica ‘No Future’ è, come dichiarato nella prefazione, un manuale di sopravvivenza contemporaneo, un almanacco dadaista a fumetti e una piccola enciclopedia illustrata del niente. Non ha una trama lineare, non è una graphic novel, non ha un messaggio di fondo. Il libro è suddiviso nei seguenti capitoli: Bombette, Ricette imbarazzanti, Pillole di saggezza (altrui), Oroscopo, forme virali, Quadreria, Travestimenti, Cineforum, Dischi, Maschere e occhiali e Addobbi natalizi crudeli. Nelle pagine del manuale la bambina si pone come elemento di rottura delle convenzioni attraverso il rifiuto netto dei comportamenti, del bon ton, delle ossessioni e fissazione dell’uomo contemporaneo. Un personaggio irriverente e poco convenzionale che, come ci racconta la sua autrice, con il suo pensiero caustico può sortire nel lettore un effetto terapeutico.

Vanna Vinci, come nasce il personaggio della bambina filosofica e quanto c’è di tuo in lei? “La bambina nasce da sola, autocreandosi su un tovagliolino di carta unto di olio di patatine fritte, in un pub della periferia di Bologna, quello con l’autobus inglese sul tetto. Nasce senza ombra di dubbio da fatti autobiografici, da letture deleterie legate al migliore e più mefitico pensiero nichilista e pessimista e caustico occidentale. Ma anche dalle influenze nefaste che hanno avuto su di me le St Trinian’s, le bambine assassine di Ronald Searle, Mafalda di Quino, La cattiva Lulù di Yves Saint Laurent, Marcellina il mostro di Lystad e Chess, Pino Zac e ovviamente i Peanuts”.

Quanto c’è bisogno oggi di qualcuno che sovverta le convenzioni, come la bambina filosofica? “Non so dare una risposta a questa domanda, se non che dove esistono delle convenzioni, prima o poi arriva qualche teppista mentale e verbale che si dà da fare per sovvertirle. Si tratta di un fatto naturale. Come il ciclo della vita”.

Il libro fonde diversi generi del fumetto e al tempo stesso non appartiene pienamente a nessuno di questi. Si articola secondo una formula anti narrativa ed è, come dici, un manuale di sopravvivenza. Come va letto quindi? “Disordinatamente, come è stato concepito. Alla spicciolata, a spizzichi e bocconi o a morsi. Poi va digerito e risputato all’occorrenza. Perché No future è un manuale di sopravvivenza e può essere terapeutico, proprio per curarsi dal bon ton e dalle convenzioni sociali appunto. Ma è anche un’arma di difesa o di offesa quando ci si sente a mal partito in situazioni che comportino proprio queste tanto aborrite convenzioni sociali”.

La struttura del libro così non convenzionale è un’esempio di come forse quello dell’illustrazione, sia uno dei pochi campi in cui viene dato ampio spazio alla sperimentazione artistica (rispetto magari a quanto avviene per esempio nella letteratura o nella musica). Ti senti di condividere questo pensiero? “Non so rispondere. La sperimentazione artistica credo si annidi dovunque. Certo in questo periodo le campagne di disinfestazione sono molto frequenti. Però, più che di sperimentazione, io, nel caso di No future, parlerei di dadaismo punk applicato al fumetto e anche di disordine mentale”.

Come è avvenuta la selezione dei quadri e delle copertine dei dischi che hai rivisitato nel libro? “I quadri li ho scelti tra quelli che mi piacevano di più, e tra quelli che era più facile storpiare in forma di bambina filosofica. Il mio preferito è il Cristo morto di Mantegna.La musica l’ho scelta soprattutto cercando quella più aderente al carattere ribelle, sgangherato e irriverente della bambina filosofica, ma anche in base a quello che io ho ascoltato durante la stesura del libro, anche come propellente (e diciamo la verità: non solo ho ascoltato, ma pure ballato).La mia preferita è quella dei New York Dolls”.

In “Io disegno” descrivi il tuo avvicinamento al disegno da bambina. Com’è proseguita la tua formazione? “Io ho sempre disegnato, perché il disegno è un modo di esprimersi. Ero una bambina calma e solitaria che amava i dinosauri, abbonata a Topolino e Miao. A un certo punto, verso i sedici anni, ho letto le storie brevi di Corto Maltese di Pratt, e lì è scattata la malattia mentale. Perché il fumetto è una malattia mentale. Ecco, da allora non sono più riuscita, se non per brevi periodi di disintossicazione, a uscire dal tunnel”.

Oltre che autrice di libri a fumetti, sei illustratrice. In cosa differiscono i due lavori? “La sequenza. Il fumetto è la sequenza. I fumettisti sono ossessionati dalla sequenza. Gli illustratori non sanno nemmeno cosa sia. E poi le onomatopee. I fumettisti spesso pronunciano e si esprimono con dei suoni tipo mumble mumble, sbamm, crack, pow… Gli illustratori non lo fanno”.

Quali sono stati gli autori, non solo di fumetti, che più di tutti ti hanno influenzato? “Tantissimi: Ronald Searle, J. D. Salinger, Hugo Pratt, James Joyce, Dino Battaglia, Guido Crepax, Grazia Nidasio, Pino Zac, Colette, Thomas Bernhard, A. M. Ripellino, Giuseppe Scaraffia, Karl Kraus, E.M. Cioran, Bernard Kops, Henry Miller, Francis Scott Fitzgerald, Charles Schulz, Anacleto Verrecchia, G. C. Lichtenberg, Antonio Lopez, Franz Kafka, Hiromu Ono, Riyoko Ikeda, Ben Shahn, Karek capek, Simone de Beauvoir, Elena Gianini Belotti, Carla Lonzi. L’ordine è totalmente casuale, chi se li ricorda tutti? Un sacco di gente”

Hai lavorato con editori esteri. Quali le differenze con il contesto italiano? “Direi che ogni editore è diverso. Senz’altro le differenze culturali esistono anche con paesi molto vicini come la Francia, il Belgio o la Spagna. Per non parlare ovviamente del Giappone. Ma non ne farei una questione geografica, di cultura o di educazione. Per me è sempre una questione di persone, di comunicazione e collaborazione tra persone”.

Progetti futuri? Una biografia di Frida Kahlo, una biografia della marchesa Casati (non è uno scherzo), delle incursioni editoriali anarchiche della bambina filosofica, una biografia del regista più scandaloso e maledetto di Hollywood: Erich Von Stroheim. E altra roba sui dinosauri e su Bologna”.

La bambina filosofica. No future
di Vanna Vinci, Bao Publishing editore, 368 pagine
Un libro utilissimo se dovete sgabbiare con urgenza dalla noia, dal protocollo, dalle convenzioni sociali. La bambina ha un’anima nichilista, punk e dadaista e mette a vostra disposizione il suo considerevole bagaglio di nefandezze per salvarvi da qualunque situazione in cui tutti vi sembrino TROPPO più pettinati di voi!

L’AUTRICE Vanna Vinci Nata nel 1964 a Cagliari, dopo gli studi compiuti per l’Istituto Europeo di Design inizia lavorando nel settore della grafica pubblicitaria. Il suo debutto nel mondo del fumetto risale al 1990 sulla rivista milanese Fumo di China con due storie aventi come protagonista la mummia Naarik. Da allora ha lavorato come fumettista, illustratrice e insegnante di fumetto presso L’Accademia delle Belle Arti di Bologna.    

(Articolo tratto da Periodico italiano magazine n.17 marzo 2016)