Sandro Bernardini: “Nonni multimediali? Sì, ma presto avremo una questione reale”

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Malgrado i progressi scientifici e tecnologici, il costante invecchiamento della popolazione fa presagire un futuro tutt’altro che roseo

Nonostante le ottimistiche previsioni degli economisti in merito al potere di acquisto della sylver economy, il progressivo invecchiamento della popolazione porta con sé una serie di problematiche sociali non di poco conto. Secondo l’Istat, attualmente in Italia oltre la metà degli anziani vive da sola. Un dato egualmente distribuito tra Nord, Centro e Sud, forse con una leggera maggiore incidenza in quest’ultima area geo-grafica. Più le donne (67,8%) che gli uomini (35,7%). Si tratta di una tendenza non soltanto nostrana, a quanto pare, ma presente anche in altri paesi, come il Regno Unito, per esempio, dove un quinto della popolazione ultra sessantenne vive “in isolation”.

Per quanto concerne l’Italia, c’è un dato utile ad inquadrare meglio il problema in prospettiva futura. Parliamo di separazioni e divorzi, in aumento tra gli uomini della fascia di età immediatamente precedente a quella degli anziani (45-60 anni). Questo incremento è minore tra le donne, dove è ancora la vedovanza il principa-le motivo del rimanere ‘soli’. Secondo uno studio condotto da Il Sole 24 Ore il numero di separazioni e divorzi è raddoppiato nel primo decennio degli anni duemila. Stando così le cose la vecchiaia si prefigura come un traguardo denso di incognite. Se da un lato un unico portafogli spesso è un lusso difficile da gestire e di anno in anno il potere di acqui-sto delle pensioni è in caduta libera, dall’altro le occasioni di socializzazione diventano sempre più rare. E non bastano certo televisione e internet per allontanare lo spettro della solitudine. Quella che, dicono gli esperti, tende facilmente a trasformarsi per gli anziani in isolamento e segregazione. Beninteso c’è solitudine e solitudine. Il trascorrere ore con se stessi, non è detto che sia del tutto negativo, anzi, a volte se ne sente il bisogno. In certi casi, dunque, solitudine significa rifugio, tranquillità. A volte è lo stesso luogo ‘istituzionalizzato’ (una casa di riposo) a offrire riparo, contro una vita che altrimenti sarebbe compli-cata, di fronte a situazioni di malattia o miseria da affrontare da soli. In altri casi è la stessa vita quotidiana, divenuta più impegnativa e frenetica, a suscitare un desiderio di tranquillità.

Uno dei problemi sociali, dal 2020 in poi, sarà la solitudine delle persone avanti con l’età e la loro non esuberante ricchezza

Sicuramente la maggiore longevità e gestione del tempo libero ha modificato lo stile di vita degli anziani. Sempre meno circolo sociale e più volontariato, o università della terza età sono in aumento. Quello che è cambiato è proprio il concetto di essere vecchi. A 60 anni è ancora presto, a 70 si è molto maturi. Oggi è possibile affermare che si può vivere da soli senza essere davvero soli. Però, attenzione: bisogna distinguere i casi sin-goli, da quello che è e rimane un problema sociale reale ancora privo di una soluzione definitiva. A spiegarcelo è uno studioso della materia, il professor Sandro Bernardini, sociologo e autore, nel 2003, di un libro nel quale, come ha dichiarato alla nostra redazione, «ho scoperto il problema sociale degli anziani, quando tutti dicevano che eravamo una società giovane. Nell’88 eravamo ancora ubriachi del baby boom».

Professor Bernardini, gli anziani di oggi, sono sempre soli o, ci passi l’espressione, se la godono ancora tutta e meglio?
“Come tutti i fatti e le conseguenze sociali, le cose non si tagliano con l’accetta e non sono semplici. Operiamo, intanto, una distinzione cronologica tra un primo passato, fino agli anni ’60-‘70, in cui le società occidentali avanzate non avevano il problema del-l’anziano, perché: a) era difficile sopravvivere al lavoro; b) l’anziano era inserito nel contesto familiare. La nostra era ancora una società non eccessivamente urbanizzata e quindi gli anziani erano, come oggi, quasi praticamente nascosti in casa, ma con tutte le considerazioni positive del caso. Tra gli anni ’70 – ‘80, poi, mentre celebravamo il baby boom, i più oculati sociologi avevano capito che la società stava invecchiando. Non tanto gli individui, ma la società. Perché tra lo sviluppo farmacologico e la contrazione delle nascite specie negli anni ‘80, la società diventava sempre più anziana, piena di vecchi. Anche qui dovremmo distinguere, perché una volta ‘vecchio’ si era dai 60 anni in poi, oggi sembra difficile parlare di vecchiaia prima degli 80 anni”.

La questione anziani, dunque, affonda le radici in quel periodo di ubriacatura da effetto baby boom. Come è potuto succedere?
“Finito l’effetto baby boom, tutto si è fermato: gli aggregati umani, le organizzazioni socia-li, le pratiche sociali. La solitudine deriva da lì. E per solitudine degli anziani, quindi, inten-do il vivere ‘senza società’. Aggiungiamo a questo, che dagli anni ‘80 al 2000, quella solitudine, in termini teoretici (poi vediamo in concreto) non è diminuita, perché oltre che essere soli, senza la società, gli anziani adesso sono soli e senza figli. La nostra generazione che diventerà anziana (la mia, del ‘68) di fatto ha avuto pochi figli e quelli che ha, difficilmente rimangono nella stessa città o Paese. Per cui tra meno di una decina di anni la nostra società sarà profondamente fatta da persone non più giovani e oltre-tutto sole”.

Cerchiamo di vedere il lato positivo, se c’è. Oggi la qualità media di vita è più elevata; si vive più a lungo e meglio. Per un anziano non sono dei vantaggi?
“Certo, possiamo dire che si è giovani oltre i 70 anni, si viaggia, si va dal parrucchiere, alla Spa, in palestra, ma di fatto si è soli. Questo è il punto. E aggiunga che difficilmente l’anziano naviga nella ricchezza. È presumibile considerare che uno dei problemi sociali dal 2020 in poi, sarà la solitudine delle persone avanti con l’età e la loro non esuberante ricchezza. Quello sarà un reale problema. Ripeto, rimangono di sicuro gli aspetti positivi, abbiamo allontanato la vecchiaia. Però questo si coniuga con un aspet-to perverso: giochiamo sempre, come ho amato dire in passato, a nascondino con la vecchiaia. La allontaniamo ma i ‘vecchi-vecchi’ li teniamo adeguatamente nascosti. È vero, c’è lo sviluppo farmacologico, i mestieri non usuranti, tutto quello che si vuole, però, proprio perché sopravviviamo a lungo, siamo esposti alla non autosufficienza. E qui si apre un capitolo tenebroso”.

Il vivere più a lungo, quindi, ha dei risvolti ‘perversi’ che nessuno prende in considerazione?
“Consideri che in Italia, quando va bene, possiamo assistere a un 1% scarso di non autosufficienti. È ovvio che tutto ricade sul portafogli delle fami-glie, in particolare le figlie femmine. Qui vale il discorso precedente: abbiamo sempre meno figli, quindi ‘il futuro è nonno’, come ho detto in uno slogan che ho coniato”.

Il peso economico dell’assistenza agli anziani, grava sicuramente troppo sulle famiglie. In altri casi esiste il volontariato Gli strumenti per reggere l’urto ce li avremmo?
“Esiste il volontariato, ma figuriamoci quante domande può soddisfare; certo c’è la nostra comprensione, quella della società, delle famiglie, ma con i problemi economico finanziari che ci attanagliano, non riusciamo a fare più di tanto come assistenza. Quindi la solitudine degli anziani si veste di aspetti positivi (di fatto la vecchiaia l’abbiamo allontanata) e, nella prospettiva breve, si tinge di note non molto rosee, per la mancanza di figli e la non possibilità della società di far fronte a certe situazioni. Non vorrei sembrare quello che urla di fasciarci la testa prima del tempo. Però il problema sarà reale”.

Qualcuno fa anche notare che un anziano può vivere in solitudine per scelta.
“Si certo, ma il pasto caldo chi lo prepara poi? La moneta chi la gestisce? Come distinguiamo 20 euro da 50 o 100? E consideri che la maggior parte delle case italiane sono senza ascensore. Un anziano non riesce neanche a tagliarsi le unghie dei piedi perché non riesce ad abbassarsi. Quindi, quando alcuni dicono che la vecchiaia è un fatto positivo non considerano che è anche un problema sociale e come tale va considerata. Prima non lo era, per i motivi che ho detto inizialmente: non si sopravviveva al lavoro. Oggi c’è un ‘surplus esistenziale’, si sopravvive all’età lavorativa dai 17 ai 22 anni. Una donna che va in pensione a 60, muore a 82, 83. Un notaio, un professore universitario, che sono quelli che vanno in pensione più tardi, e ci vanno per esempio a 70, è presumibile che vivano ancora almeno 17 anni. Anni che ricadono sul sistema pensionistico e sociale. Costi di cui una società, debole finanziariamente ed economicamente, non può farsi carico agevolmente”.

(Articolo tratto da Periodico italiano magazine n. 16 febbraio 2016)

 DA LEGGERE  / un’analisi della società che invecchia

La società anziana. Ovvero: l’altra faccia delle società avanzate
di Sandro Bernardini, Franco Angeli, Milano (Collana di sociologia)
pp. 160, 6a edizione, 2003

Quando, nelle società mature, comincia la vecchiaia? A questa e ad altre domande l’autore cerca di dare risposta, sostenendo che la società ‘anziana’ sia una società di quarantenni, non di ‘vecchi’ in via di estinzione, secondo l’uso comune del termine. Nell’inquadrare il fenomeno dell’invecchiamento nelle società avanzate, emerge l’urgenza di rivedere le politiche del lavoro, del pensionamento e del welfare. In altri termini occorre riprogrammare il tempo sociale.