Più o meno Europa? Non è questo il dilemma

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Attenta Europa, indietro non si torna: è questo il monito che l’esperienza Brexit ci lascia sul tavolo delle discussioni, perchè il futuro della Ue va oltre le attuali controversie tra federalisti ed euroscettici: il sogno originario è ancora realizzabile ma necessita di una correzione di rotta, a un ripensamento su come gli europei debbano lavorare insieme per attuare una reale integrazione fra gli Stati membri

Dopo anni di retorica europeista, oggi la scena politica della maggior parte degli Stati membri è dominata da movimenti e Partiti antieuro. Affrontare il tema Europa non è semplice, perché quella stessa Unione creata per favorire lo spirito europeo viene sempre più dipinta dai politici e vissuta dai cittadini come una prigione. Al centro della questione non c’è solo la moneta unica (i cui costi e benefici sono complessi e variano a seconda della situazione in cui ogni singolo Paese si trova), ma anche una serie di scelte precedenti che, nel lungo periodo, hanno generato effetti negativi imprevisti. È quello che è successo, ad esempio, con l’unione doganale , la quale, pur generando il Mercato europeo comune con un’indubbia crescita degli scambi commerciali, ha imposto inefficienze economiche e un ritorno alle politiche protezioniste. In seguito, con il crollo del Muro di Berlino (1989) la riunificazione della Germania dell’est con quella dell’ovest ha alterato le forze economiche e i pesi politici all’interno e all’esterno della Comunità europea. Con la riunificazione, la Germania conta 80 milioni di abitanti: 20 in più di Francia, Italia e Gran Bretagna. Ed è in questo ‘gioco’ di pesi che l’unificazione monetaria si è affermata come ‘colpevole’ della crisi economica che ha attanagliato l’Europa dal 2008. Come lo stesso Romano Prodi (allora presidente del Consiglio) ammise, si sapeva già che l’euro ci avrebbe obbligato a introdurre nuovi strumenti di politica economica. Purtroppo, e in pochi lo ricordano, ai tempi per l’Italia (data la sua scarsa autonomia monetaria e la stretta connessione con la Banca centrale tedesca) l’euro era una scelta obbligata. Il problema non è mai stata l’entrata nell’euro, ma di entrarci senza una forma di rinegoziazione del nostro debito pubblico e pensionistico. Ed è stata questa assenza di rinegoziazione a condurci a riforme pensionistiche ‘estreme’ (vedi la riforma Fornero del 2011), che hanno ridotto il peso delle nuove pensioni senza però toccare quelle di chi in pensione c’era già, non intaccando, di conseguenza, il peso del debito pubblico. Ma, allora, l’instabilità economica in Europa è colpa dell’euro? Contrariamente a quanto molti pensano: no. Dal punto di vista economico, l’euro ha avuto i suoi benefici e i suoi costi. È stata l’incapacità dei vari governi a non sfruttare opportunamente i benefici e limitarne i costi, determinando molti problemi. Senza contare, poi, le distorsioni nella regolamentazione del sistema bancario all’interno dell’eurozona, che col senno del poi, ha fatto sottostimare al mercato il rischio di default dei Paesi del sud Europa. Con un’unica moneta europea sono venuti meno i meccanismi del sistema a cambi semi-flessibili, che permettevano a ogni singolo Stato di ‘rimodulare’ il rapporto tra domanda di lavoro e crescita dei salari (problema vissuto dalla Spagna con la crescita economica avvenuta tra il 1999 e il 2007 dopo il boom immobiliare generato dagli oltre 286 miliardi di euro – per lo più di origine tedesca – entrati nel Paese per merito della moneta unica eliminando qualsiasi differenza nel costo di credito fra gli Stati membri). Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la scarsa crescita di produttività per ora lavoro (solo uno 0,4%) registrata in Italia tra il 1995 e il 2011 (nello stesso periodo la Francia ha registrato un +1,4%, mentre Francia e Germania un +1,5%). La mancata crescita della produttività è il vero male dell’economia italiana. Essa è in gran parte causata dalla struttura del nostro sistema aziendale e dagli scarsi investimenti in Ict (Information and Communication Technology). La nostra struttura produttiva è fatta di tante piccole aziende di nicchia, che fanno fatica a sfruttare i benefici della rivoluzione informatica e, quindi, perdono di competitività rispetto ai loro concorrenti stranieri. Allo stesso modo, la crisi italiana non è nata con lo spread, ma è frutto di una mancata crescita e di una gestione dissennata della finanza pubblica. E un Paese che non cresce, fa fatica a sostenere un debito del 131,8% (2017). Oggi, l’Italia è indebitata al punto da essere a rischio default e, per quanto criticata, la Banca centrale europea ci ha concesso una discreta flessibilità. Ed è proprio la scontentezza economica a fare da fulcro alle campagne populiste delle destre europee, a far crescere i movimenti nazionalisti e l’intolleranza verso l’immigrato che ‘viene a rubare il lavoro’. La crisi dell’euro ha compromesso la fiducia fra gli Stati e ha generato timori e diffidenza reciproca. E, senza alcun dubbio, l’Unione europea si è ritrovata nei guai perchè le sue istituzioni hanno preteso sempre più poteri senza un mandato popolare. Gli Stati hanno cercato di usare l’Ue per i loro scopi particolari, senza destinare risorse significative alle imprese comuni. Dobbiamo allora concludere che il sogno europeo è irrealizzabile? Si dice, in genere, che dobbiamo imparare dai nostri errori. Ma farlo osservando quelli degli altri offre sicuramente un punto di vista privilegiato anche sugli scenari futuri. È quello che sta succedendo osservando le difficoltà affrontate quotidianamente dalla Brexit, che indicano chiaramente le implicazioni negative di un percorso antieuropeista. Anche se, le proposte ragionevoli per reinventare l’Europa e sanare lo stato di malessere in cui versa sono, per lo più, tecniche. Occorre, insomma, un cambiamento. Come suggerisce Luigi Zingales nel suo libro ‘Europa o no’, edito da Rizzoli: “L’unica via d’uscita indolore sarebbe che il sud Europa guadagnasse in competitività rispetto al nord, aumentando la propria produttività. Ma questo richiede riforme, tempo e investimenti. Credo che il progetto europeo sia ancora realizzabile, ma necessiti della consapevolezza dei rischi che una mancata riforma può provocare. In ballo c’è più che un’idea: c’è il destino di un Paese e di un intero continente”.

(Articolo tratto da Periodico italiano magazine n.45 gennaio-febbraio 2019)

 DA LEGGERE  / Per capire meglio l’Europa

Europa o no
Sogno da realizzare o incubo da cui uscire

di Luigi Zingales, Editore Rizzoli, pagg.250
Dal sogno dei padri fondatori alla realizzazione della moneta unica, dalla crisi economica all’antieuropeismo dilagante, negli ultimi vent’anni l’Europa ha cambiato fisionomia come mai prima d’ora. Tra economia e politica, tra il potere del capitalismo e le esigenze della democrazia, una riflessione profonda sullo statuto dell’Unione non è più derogabile. Perché c’è un antieuropeismo sbagliato, ma c’è anche un antieuropeismo giusto, e il pericolo è che il primo contamini il secondo, facendo naufragare non solo un grande sogno di democrazia, ma anche l’unica prospettiva di salvezza economica per il nostro Paese.

Disintegrazione
Come salvare l’Europa dall’Unione europea

di Jan Zielonka, Editore Laterza, pagg.140
Bruxelles non pare capace di guidare l’Europa verso un futuro migliore. Berlino non sembra disposta a farlo. L’alternativa alla disintegrazione è un’Europa ricostruita dal basso. L’Unione Europea prometteva di assicurare la prosperità attraverso l’integrazione, ma è diventata simbolo di austerità, di conflitto, di perturbazioni sociali e politiche scaturite dalla crisi economica che non è riuscita ad arginare. Pensare un nuovo modello di integrazione che guardi oltre le regole di bilancio e i problemi di leadership è un’esigenza che non possiamo più rinviare. Se l’Unione Europea può fallire, l’integrazione deve proseguire. Zielonka ci incita a pensare con coraggio e creatività un’unità radicalmente diversa da quella attuale. La sua proposta è un nuovo modello di integrazione: funzionale, polifonico, democratico, efficace.

Salviamo l’Europa
Scommettere sull’euro per creare il futuro
di George Soros, Gregor Peter Schmitz, Editore Hoepli, pagg.200
George Soros è uno degli investitori finanziari più controversi del nostro tempo. Ammirato da molti per i suoi successi e il costante impegno filantropico, criticato da altri come speculatore e affarista che sa trarre vantaggi economici dalla crisi, Soros ha legami personali con l’Europa: la storia della sua vita è un perfetto esempio delle ambizioni e delle difficoltà del progetto europeo, che sta attualmente vivendo la crisi peggiore e più lunga della sua storia. Superstite dell’Olocausto e cresciuto in Ungheria, fin dalla giovanissima età Soros aveva ben chiaro che cosa significasse realmente la guerra e perché assicurare la pace è un pilastro essenziale dell’idea di Unione Europea. Nella conversazione con Gregor Peter Schmitz, Soros parla per la prima volta in dettaglio delle sue responsabilità come investitore, e delle opportunità e dei rischi della crisi che l’Unione Europea sta affrontando.

Paradosso Europa
di Ágnes Heller, Editore Castelvecchi, pagg.60
A sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, l’Unione Europea vive la più profonda crisi della sua storia: nazionalismi, populismi, divisioni politiche ed economiche minacciano di distruggere il sogno di un’Europa unita e pacificata. Rivolgendo uno sguardo particolare alla difficile situazione politica del suo Paese, l’Ungheria, assediata dal razzismo e dalla questione rom, Ágnes Heller mette in discussione i cosiddetti “valori comuni europei”, si interroga sul ruolo dei singoli cittadini e solleva una domanda scottante: l’Europa è qualcosa di più di un museo? Da questo libro emergono i grandi paradossi che caratterizzano tanto il continente europeo quanto l’intera cultura occidentale: universalismo umanista e fanatismo nazionalista, tolleranza e xenofobia, totalitarismo e libertà. Conflitti che si fanno più drammatici nella crisi dei rifugiati e che mettono in serio pericolo l’intera costruzione di una comunità europea. Ma Heller, con tenace fermezza, suggerisce che non bisogna rinunciare a realizzare il sogno di una Europa umana: questa utopia dipende da noi.

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Francesca Buffo
Art director e Vicedirettore delle testate Periodico italiano magazine e Confronto Italia, specializzata nella comunicazione di impresa collabora on studi di comunicazione e aziende per l'elaborazione di contenuti giornalistici e implementazione piattaforme internet aziendali. Dal 2010 coordina le attività della Phoenix associazione culturale, impegnata nella formazione di giovani redattori con tutoraggio fino al conseguimento della tessera pubblicisti. L'associazione ha anche una divisione editoriale, la Compact edizioni, attraverso la quale pubblica le proprie testate giornalistiche e alcune collane di poesia, narrativa e saggistica.