Giovanna Cristina Vivinetto: “La diversità è una risorsa da condividere”

Giovanna Cristina Vivinetto racconta la propria transessualità in versi e lo fa con estrema sincerità ed onestà ripercorrendo gli anni della trasformazione verso la rinascita: un diario in versi intimo e profondo diventa testimonianza autentica della metamorfosi di un’identità

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Un diario in versi intimo e profondo diventa testimonianza autentica della metamorfosi di un’identità

Ritrovare se stessi, riconoscersi, ricomporsi. Riuscirci attraverso la poesia. Giovanna Cristina Vivinetto racconta la propria transessualità in versi e lo fa con estrema sincerità ed onestà ripercorrendo gli anni della trasformazione verso la rinascita. ‘Dolore minimo’ edito da Interlinea segna l’esordio nella nuova vita e nel mondo letterario della giovane autrice siciliana. Laureata in Lettere, vive attualmente a Roma, dove studia Filologia moderna all’università La Sapienza. I suoi testi sono stati recensiti nelle più note riviste di poesia e critica letteraria. Calzano a perfezione i versi di Amelia Rosselli ad apertura della sua prima raccolta: “Essere come voi non è così facile/ sembra ma non lo è sembra/cosa tanto facile essere con voi ma/cosa tanto facile non è”. La scrittura diventa lo strumento ideale in cui riflettersi: Giovanni prima, e Giovanna ora, si confrontano e si comprendono, partendo dall’infanzia fino al cambiamento e al superamento del dolore. Nella copertina del volume un profilo maschile e uno femminile si fronteggiano: un doppio ad una voce, due personalità in una. Dacia Maraini che ha curato la prefazione del volume, ci introduce in questo viaggio coraggioso: “La fatica di essere madre di se stessa, il difficile compito di partorire un altro da sé che sarà sempre quell’io”. La poesia si fa canto di liberazione e rinascita, l’autrice ha bisogno di affidarsi alla scrittura per rielaborare il dolore e ‘svuotarsi’ dal buio e dalla sofferenza. Si rivolge ad un sé che non c’è più e non è recuperabile. In questa separatezza e distanza da quell’io si avverte quasi una sottile nostalgia, come quando si perde qualcuno di caro. I versi sono narrativi, scorrono con tutta la potenza di un fiume in piena, si ha quasi l’impressione di trovarsi tra le pagine di un diario: “Non mi sono mai conosciuta/se non nel dolore bambino/di avvertirmi a un tratto/così divisa”. La maturità poetica coincide con la maturità delle esperienze vissute. Ad un certo punto la poetessa sente l’esigenza di far dialogare l’io passato e l’io presente: “Capimmo così / che se la prima nascita era tutta / casualità, biologia, incertezza ‒ l’altra, / questa, fu attesa, fu penitenza: / fu esporsi al mondo per abolirlo, / pazientemente riabilitarlo”. Il linguaggio è semplice, fluido, senza tecnicismi, le immagini sono cariche di metafore, a tratti spiazzanti. Si susseguono emozioni forti e contrastanti: è un continuo interrogarsi, cercare, indagare, scavare in profondità, guardarsi dentro e fuori con consapevolezza, vedersi un’altra persona in un corpo che muta senza paure e ripensamenti. Finalmente essere. E a rinascita compiuta, l’armonia.

Giovanna Cristina Vivinetto, nel tuo libro racconti in versi la metamorfosi della tua identità, è così?
“Nel mio libro racconto in versi una storia che narra di un’eccezionalità: quella di un individuo che si ritrova a dover mutare il proprio genere, insieme al corpo, per aderire pienamente e luminosamente alla vera identità d’elezione. Ciò che, tuttavia, è più importante non è la transizione in sé, ma ciò che accade prima, durante e dopo questa transizione: il bagaglio di emozioni e consapevolezze che scaturisce inevitabilmente da un’esperienza così intensa e dolorosa”.

Perché ‘Dolore minino’?
“Il libro si intitola ‘Dolore minimo’ poiché è una riflessione poetica che avviene a posteriori gli eventi narrati e riguarda in sostanza l’elaborazione di un grande dolore, decisamente più lancinante, il quale, grazie appunto alla rielaborazione letteraria, diventa ‘minimo’, ossia comprensibile, quotidiano: qualcosa con cui si riesce finalmente a fare i conti, un elemento che si inscrive nella nostra vita a tal punto che sarebbe inimmaginabile pensarla senza. È da un dolore diventato piccolo, tollerabile, assolutamente non mostruoso, che si può continuare a vivere pacificati con se stessi”.

Cosa si prova a non riconoscersi nel proprio corpo?
“Si prova un dolore che coincide con il nulla. Da ragazzino, quando la sera andavo a dormire, chiudevo gli occhi e non riuscivo a immaginare come sarebbe stato il mio futuro: vedevo solo un grande buio, un grumo di niente premuto sugli occhi a preannunciare il dramma che sarebbe scaturito se, con risolutezza, non avessi preso in mano le redini della mia vita portandola da un’altra parte”.

Cosa ti ha spinto ad affrontare la transessualità in poesia?
“Quando iniziai il percorso di transizione ritenni scelta saggia non parlare in letteratura di quel che mi trovavo ad affrontare poiché, per un senso eccessivo del pudore, credevo non potesse interessare a nessuno e mi riguardasse troppo da vicino per scriverne con distacco. Eppure, due anni dopo l’inizio della terapia, mi ritrovai a comporre, in maniera inaspettata, poesie che parlavano proprio della transizione. Compresi così che quello era l’unico modo per dimostrarmi che ciò che stavo facendo era una cosa come tante altre e che in essa non c’era proprio nulla di mostruoso o contronatura; anzi capii che con la poesia avrei potuto rendere accessibile e alla portata di chiunque un dato così ostico da comprendere e spesso travisato come quello della transessualità”.

La poesia è stata, quindi, strumento liberatorio e terapeutico?
“Ricollegandomi a quanto detto nella domanda precedente, assolutamente sì. La poesia è una forma efficacissima di psicoterapia della parola scritta”.

Possiamo definirla strumento di riaffermazione o ricerca interiore dell’identità emotiva e sociale?
“Certamente e soprattutto nella misura in cui questa riaffermazione identitaria, che scaturisce da una ricerca interiore, si estrinseca nella realtà circostante, coinvolgendo quindi anche chi non è toccato in prima persona dalla riflessione. La poesia raggiunge pienamente il suo obiettivo quando crea legami altrimenti impensabili, abbatte i muri scoprendoci con stupore uniti tutti alla radice”.

Qual è il tuo concetto di identità?
“L’identità, come il genere, è qualcosa che si costruisce in relazione con l’altro da sé, con il mondo che sta al di fuori di noi. Avendo chiaro questo assunto, per me l’identità non è altro che un’adesione piena al proprio modo di pensare e immaginarsi in relazione a questa alterità circostante, anche a costo di intraprendere scelte difficili, come il cambiamento del corpo”.

Spesso la nostra società compie discriminazioni di genere. Anche tu sei stata vittima di critiche e attacchi personali. Come sei riuscita a difenderti?
“Rispetto a molte altre persone transessuali devo ammettere che il mio percorso è stato molto più lineare e ‘pacificato’, poiché, grazie al supporto della mia famiglia e delle persone che ho avuto accanto, ho avuto la possibilità di diventare una ragazza serena e, trasmettendo anche agli altri questa ‘normalità’, non ho mai subito critiche o discriminazioni. Tuttavia, immediatamente dopo la pubblicazione di ‘Dolore minimo’, ho iniziato a ricevere alcuni attacchi personali, in verità molto beceri e ignoranti. A rivolgermeli, gli esponenti della pagina Facebook Pro Vita Onlus, i quali, considerando la transessualità il “vuoto assoluto”, hanno a più riprese sostenuto che l’autrice di questo libro avrebbe fatto meglio a curarsi invece di diffondere un simile male e spacciandolo come una cosa ‘normale’. Le conseguenze delle loro azioni non sono tardate ad arrivare: nel giro di qualche ora il libro è andato esaurito su tutti gli e-commerce, arrivando ad una seconda edizione in pochissimi giorni. La mia risposta all’odio? L’amore per la vita”.

Secondo te la mentalità del gruppo sociale attuale è libera o ancora racchiusa in stilemi restrittivi?
“Le numerose presentazioni che, in quasi un anno, ho svolto in lungo e in largo per l’intera penisola mi hanno dimostrato innanzitutto una cosa: le persone sono aperte al cambiamento e questa ‘diversità’ tanto ostentata come mezzo per creare ostacoli e divisioni, non solo non è percepita come un dato minaccioso ma, anzi, è vista come un’inesauribile risorsa da condividere e fare propria per diventare cittadini migliori. Allora, checché se ne dica, è importante parlarne, sensibilizzare, fare in modo che la conoscenza abbatta il pregiudizio e la cultura ci guidi verso l’apertura mentale”.

(Articolo tratto da Periodico italiano magazine n.49 luglio-agosto 2019)

L’AUTRICE
Giovanna Cristina Vivinetto è nata a Siracusa nel 1994. Laureata in Lettere, vive attualmente a Roma, dove è laureanda in filologia moderna all’Università La Sapienza. Dolore minimo (Interlinea, Novara 2018), è primo testo in Italia ad affrontare in versi la transessualità, è stato recensito dalle maggiori testate giornalistiche e letterarie. È la vincitrice della VII edizione del premio Cetonaverde Poesia Giovani, della 59°a edizione del premio San Domenichino Città di Massa, del 63° Premio Ceppo Pistoia 2019 Selezione Poesia Under 35 e della 90° Premio Internazionale Viareggio-Rèpaci come Opera prima.

 DA LEGGERE  / Alla ricerca della propria identità

Dolore minimo
di Giovanna Cristina Vivinetto, presentazione di Dacia Maraini
con testi di Alessandro Fo, Editore Interlinea, pagg. 148, euro 12,00
Il «dolore minimo» del titolo esprime la complessa condizione transessuale pronunciata con grande potenza poetica, volta a infrangere, per la prima volta in Italia, il muro del silenzioso tabù culturale. La giovane autrice racconta la sua rinascita luminosa con versi, delicati e profondissimi al tempo stesso, che hanno fatto parlare Dacia Maraini e Alessandro Fo di caso letterario dell’anno. «Quando nacqui mia madre / mi fece un dono antichissimo. / Il dono dell’indovino Tiresia: / mutare sesso una volta nella vita», narra Giovanna Cristina Vivinetto, che, in questo dirompente diario in versi, confessa: «non mi sono mai conosciuta / se non nel dolore bambino / di avvertirmi a un tratto / così divisa. Così tanto parziale».

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Michela Zanarella
È nata a Cittadella (PD) il 1° luglio del 1980, è cresciuta a Campo San Martino (PD) e dal 2007 vive e lavora a Roma, a Monteverde. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 dopo il coma, in seguito ad un tragico incidente, e da allora ha pubblicato vari libri. Molte sue poesie figurano in antologie a tiratura nazionale ed internazionale. La sua poesia è tradotta in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, polacco, tedesco, serbo, hindi e giapponese. È ambasciatrice della Cultura e della Poesia italiana in Libano per il Premio Naji Naaman’s Literary Prizes 2016, ideato dalla Fondazione Naji Naaman. È speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Negli Stati Uniti è pubblicata in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018) di New York. È Presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze”, che organizza il Premio Internazionale di Poesia e Narrativa, in ricordo di S.A.R. Christina di Svezia. È Presidente della “Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo”, RIDE-APS, capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF).