Alla ricerca del tempo perduto

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Possiamo usare il titolo del capolavoro di Marcel Proust per sintetizzare il concetto di ‘downshifting’: un fenomeno socio-economico che prevede il rallentamento del ritmo lavorativo, attuando un cambiamento radicale nelle abitudini esistenziali

Il termine, letteralmente scalare la marcia, è stato utilizzato per la prima volta in una ricerca del 1994 condotta dal Trends Research Institute di New York. Oggi si contano milioni di lavoratori downshifter (difficile fare una stima esatta, in quanto si tratta di figure ben inserite nel mondo del lavoro) e comunemente si ritiene che il primo caso documentato coincida con la vicenda di cui si rese protagonista l’americano Robert Reich, economista e ventiduesimo Segretario del lavoro degli Stati Uniti d’America sotto l’amministrazione di Bill Clinton. Nel 97, col secondo mandato presidenziale, egli scelse di rifiutare il prestigioso incarico per poter dedicare più tempo alla famiglia. Secondo il dizionario on line dell’Università di Cambridge downshifting indica “l’atto di lasciare un lavoro ben pagato, ma difficile, in modo da svolgerne uno che dia più tempo e soddisfazione, ma meno soldi”. In questa definizione è interessante l’utilizzo del verbo agire in quanto, evidentemente, la messa in pratica di un così radicale cambiamento sottintende che si sia precedentemente affrontata una fase di acuta e profonda riflessione su quali debbano essere le priorità esistenziali e sul proprio ruolo all’interno della società. Stress. È questa forse la prima parola chiave che può essere analizzata per cercare di capire il fenomeno. È quel vivere costantemente sotto pressione alla ricerca spasmodica del successo, del forte guadagno. Perché? Per ottenere un riconoscimento dagli altri, per gonfiare il proprio ego? Ma ne vale davvero la pena? Un’altra parola chiave è consumismo, che attiva l’equazione secondo la quale se si vuole spendere molto, bisogna guadagnare molto e per far questo è necessario lavorare di più e con maggiore dedizione. E infine tempo. È questo il concetto che possiamo considerare come elemento di chiusura di questo ipotetico assorbente meccanismo esistenziale. Lavorare di più, implica l’impiego di più ore giornaliere. È quindi, in base alle priorità, un tempo che può essere ben speso oppure sottratto alla vita reale, agli affetti, alla cura di sé e degli altri.

Una pratica che ambisce al superamento del consumismo incontrollato nella società contemporanea

Vi sono nel mondo categorie professionali, pensiamo ai manager d’azienda o ai broker di borsa, che prevedono la possibilità di raggiungere col duro lavoro importanti risultati in termini economici. Per queste persone spesso la vita (e la costruzione della propria personalità) coincide con la professione; per la serie “io sono il mio lavoro e i risultati che ottengo mi definiscono”. Questo paradigma tuttavia non investe il singolo professionista, ma tutto l’apparato socio-economico globale. L’assillo della crescita aziendale, la conquista di sempre maggiori fette di mercato sono alcuni elementi che caratterizzano il sistema capitalistico odierno, che non tiene in considerazione le conseguenze per la terra e per l’uomo.

Quelle appena elencate sono solo alcune tematiche su cui un sempre maggiore numero di professionisti e studiosi si va interrogando da alcuni decenni a questa parte.

Per molti una tale condotta perpetrata in anni di lavoro, ha portato inevitabilmente a una rottura che ha dato avvio a una riflessione sulla propria esistenza e sulle priorità. Nella pratica questo significa fuoriuscire da un meccanismo nel quale nel quale a lungo si è rimasti incastrati.  In tanti hanno avvertito la necessità di operare un cambiamento o, più precisamente, di rallentare. Sul tema è sorto un rilevante dibattito che coinvolge sociologi ed economisti di tutto il mondo (tra questi possiamo citare la ricerca di Emily Huddard Kennedy, Harvey Krahn e Naomi Krogman Downshifting: An Exploration on Motivations, Quality of Life, and Environmental Practices). Secondo alcuni infatti il downshifting è una dei fenomeni più significativi del nostro secolo e che, più di altri, influenzerà i mutamenti nei costumi sociali.  Col tempo poi l’accezione originaria del termine è andata progressivamente allargandosi, includendo concetti legati alla filosofia green e all’eco sostenibilità (il movimento della “semplicità volontaria”). Attorno alla questione sono stati scritti molti libri tra i quali citiamo Downshifting, come lavorare meno e godersi la vita di John D. Drake, pubblicato nel 2000. Nel Regno Unito sono arrivati a dedicargli un‘intera settimana (l’ultima di aprile), la National Downshifting Week che si celebra dal 1995. Anche il cinema si è cimentato sulla tematica come ad esempio avviene nel film Un’ottima annata in cui il protagonista, Max Skinner (Russel Crowe), è uno spietato broker londinese che nel corso della narrazione cinematografica affronterà un percorso catartico che lo condurrà, infine, a trasferirsi in Provenza per curare il vigneto ereditato dal nonno.

Le storie individuali non sono tutte uguali e di conseguenza l’attuazione di tale pratica cambia in base ai singoli casi. Vi sono però dei principi base, connessi all’idea di una vita slow (lenta). Solitamente cambiare la propria vita col downshifting non implica una totale cesura col mondo del lavoro (per la serie, mollo tutto e faccio il turista in giro per il mondo con i soldi guadagnati) quanto piuttosto la messa in pratica di una filosofia che pone il tempo al centro della vita dell’uomo; il tempo per se stessi e gli altri. Questo implica in primis una revisione delle abitudini, che si traduce in un primo step nell’auto riduzione dell’orario di lavoro. In tal modo la rinuncia al più lauto guadagno, comporta la conquista di un maggior tempo da dedicare alle passioni e alla famiglia. Un secondo elemento fondamentale coincide invece con un radicale mutamento del proprio stile di vita, raggiungibile tramite una sensibile riduzione delle spese. Questo implica la necessità di stabilire nuovi bisogni e necessità, non più legati al possesso e al mero consumismo. S’impara a vivere con maggiore parsimonia e così l’equazione esistenziale diviene “spendo meno quindi non avrò più necessità di guadagnare tanto, per cui posso rallentare col lavoro”.

Inserito nel contesto della società dei consumi, tale presa di coscienza ha il sapore di un mutamento rivoluzionario. Una scelta che non deve per forza essere radicale, alla maniera di San Francesco d’Assisi per intenderci, ma ove compiuta implica un mutamento che conduce a sua volta alla diminuzione degli sprechi e al raggiungimento di un maggiore  equilibrio, ergo della felicità. In una società nella quale in tanti faticano a fare quadrare i conti, la filosofia del downshifting potrebbe però subire un ridimensionamento. Il rischio è che si sia portati a considerare il fenomeno come appannaggio di ristrette categorie sociali e professionali. Chi si trova in una diversa posizione economica e sociale sarà naturalmente portato a obbiettare come sia facile per chi guadagna tanto, preoccuparsi della qualità del proprio tempo. Ma in realtà rinunciare ai soldi e al potere è un processo tutt’altro che di facile realizzazione. Quanti di noi, con la prospettiva di guadagnare molto, sarebbero in grado di ridimensionare le proprie ambizioni e necessità? Simone Perotti è uno dei più noti downshifter italiani e sul tema ha scritto tre libri, il primo dei quali è Adesso basta: lasciare lavoro e cambiare vita. È stato per anni manager nel campo delle comunicazioni, lavoro che ha lasciato per dedicarsi alle sue passioni: poesia, barca e scultura. Egli ritiene che sia per tutti possibile attuare una rivoluzione virtuosa nella propria vita. Il segreto sta nella riduzione dei consumi attraverso la messa in pratica di una strategia rivolta al ridimensionamento dei bisogni legati allo sfrenato consumismo. Volere a tutti i costi qualcosa, comporta una forte dose di stress dovuto alla difficoltà di ottenere quella data cosa. Eliminando il desiderio, quindi lo sforzo necessario, si elimina il problema. Il cambiamento è quindi prima di tutto mentale. Ne deve però conseguire la pratica quotidiana. Ma come si fa visto il costo elevato della vita? In un’intervista Perotti sostiene che sia falso sostenere che la vita sia cara, sono care le nostri abitudini e ambizioni. Pensiamo al maggior costo del cibo industriale rispetto a quello a km 0. Oppure prendiamo in esame la casa, molto meno costosa in provincia che in città. L’attuazione di questi principi base comporterebbe inoltre un minore impatto dell’uomo sull’ambiente. Comprando solo quanto serve, chiediamo meno alla natura e sprechiamo meno.

La filosofia del downshifting probabilmente non è universalmente applicabile, forse non ne ha nemmeno l’ambizione. Ma il suo invito a fermarsi un attimo per riconsiderare la propria vita e il proprio grado di soddisfazione è un lusso che tutti dovremmo concederci.

(Articolo tratto da Periodico italiano magazine n.46 marzo 2019)

 

 DA LEGGERE  / idee e soluzioni per una nuova economia

Entro 48 ore. Un’esperienza di downshifting tecnologico
di Giovanni Ziccardi, Marsilio Editori, 14,90 euro
Che cosa ci sta togliendo il digitale? Quali valori importanti della nostra vita: l’amicizia, l’attenzione, la memoria, l’ansia, le relazioni interpersonali, sono condizionati dall’abuso del telefonino, dello smartphone, dei tablet e dei social network? L’autore, esperto di hacking e di tecnologie e soprattuto vero appassionato di tutto ciò che è informatico, ha deciso di fermarsi a riflettere in luoghi e tranquilli lontani da Milano, tra la sua Emilia, Matera e la foresta Nera, e di rallentare la sua presenza digitale per sei mesi, al fine di cercare di capire se possa esistere un modo sano di far convivere la società dell’informazione con aspetti della nostra vita che stiamo trascurando. Il rimettere le tecnologie al loro posto, senza criticarle né demonizzarle, gli ha consentito di riscoprire tante cose che pian piano, senza accorgercene, abbiamo dimenticato.

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